Thursday, December 8, 2016

Clementine Schneider is a young and very talented photographer I just found her in a small photo festival in Lucca (ITA). She won the Leica Oscar Barnack Newcomer Award, but she was actually more than ready to win the real prize and not the newcomer. Anyway, she's young, she's very talented so other prizes will come.

Monday, November 28, 2016

Si torna a scuola ma lavorando: con Ferran Paredes Rubio per il cortometraggio FarEst, progetto Come nasce un cortometraggio, della Fondazione Banca del Monte.

Thursday, November 3, 2016

Per Lucca Comics torniamo tutti un pò più giovani, e ci piace anche per quello. Io mi sono travestito come mi vestivo una volta, da fotogiornalista, ed ho seguito per una giornata Hajime Tabata, regista di Final Fantasy XV, tra incontri al pubblico, incontri con i fan e qualche caffè.

Friday, July 29, 2016

Effenberg al Summer Festival

Ho smesso di fotografare concerti da oltre 10 anni, e i motivi sono quelli che pensate, però ci sono alcune situazioni che richiedono un'eccezione alla regola.
E' capitato un anno fa, quando ho seguito per tutto il mese di maggio il Tour americano di Ukulollo con Gennaro Scarpato (e prima o poi uscirà un piccolo post anche su questo, è solo questione di tantissimi giga, e tempo) ma è ricapitato anche l'altra sera per fotografare il debutto di Effenberg al Summer Festival di Lucca. Effenberg è Effenberg, e spacca.
Ma per me è Stefano, Ste, il Pompetta, chiamatelo come vi pare per me è un grande amico, i nomi non contano ma conta l'emozione nel vederlo sparire da dietro le quinte
per andare verso un palco con sotto 3 mila persone, certo 3 mila perché i lucchesi di musica e cultura ne capiscono - come si sa - poco, ma siccome è gratis pigliano tutto. Questo li porta spesso a prendere parecchie cose anche nel di dietro ma è un altro discorso e adesso lasciamo stare, però la sera del 26 Luglio 2016 ai lucchesi è andata bene, hanno avuto una grande serata e nessuno li obbligava ad essere coinvolti emotivamente, a partecipare, a capire le canzoni che venivano cantate per loro e ad applaudire calorosamente, invece l'hanno fatto ed erano pure contenti. Ma torniamo a noi.
Siccome un concerto è un concerto ... le foto che puoi fare sono più o meno sempre quelle...
... cambi inquadratura, un pò più al centro, destra, sinistra, avanti o indietro, insomma quella roba lì. Bisogna dire che con un palco del genere fa anche sfogo fare un pò di foto on stage perché il palco è veramente tosto, è grande, è profondo e le luci arricchiscono molto l'atmosfera.
Però sono foto on stage, ed hanno tutte un sapore simile. Allora abbiamo pensato con Effenberg di fare qualche foto anche nel backstage per respirare l'aria dei camerini, una roba che fosse più documentaristica anche perchè alla fine sono - anche - quelle le foto che servono, quelle che magari pensi ma che la faccio a fare.
Falla, non pensare, scatta, stai zitto, parli tutto il giorno quando c'è da scattare scatta, anche in silenzio. Tutto fa comodo, tutto serve, a qualcosa forse prima o poi, ma accadrà, se ci credi però. Se volete documentare dovete scattare. Se volete fare delle foto interessanti dovete fare delle foto che vi assomiglino
Se le vostre foto assomigliano troppo a quelle degli altri ponetevi qualche domanda perché qualcosa non torna, forse siete voi troppo uguali agli altri. In queste foto trovate un pò di tutto. Un grande chitarrista come Paolo Sodini, un grande bassista come Modestino, ed un Piero Perelli in stato di grazia che si è fatto una maratona quasi no stop per tutta la serata, e cazzo se tira Piero, di brutto! e poi ci sono gli amici allo svacco :-), quelli che senza si va da poche parti.
Finiamo con un cantautore che si scruta allo specchio, sta facendo delle cose bellissime ed emozionanti, ed io sono contento di aver potuto condividere con lui questi momenti, ci sono dei privilegi nella vita a volte, e io lo ebbi, quello di esserci. C'è un qualcosa di magico nel poter pensare andando avanti e indietro nel tempo, una sorta di nostalgia del futuro immaginando quando insieme, tra un pò di anni, ci saranno Effenberg e ThinkVisual che riguarderanno le foto, si guarderanno a vicenda e sorrideranno.

Monday, July 11, 2016

Ritorno da Arles

Il rientro resta sempre una delle cose più difficili da affrontare, forse perchè lo facciamo così tanto spesso che non ci sembra nemmeno di farlo, e invece come tutte le cose banali non sono così semplici. Rientrare da un festival vuol dire affrontare un distacco ed un ri attacco ad un qualcosa di precedente, però in mezzo qualcosa è successo e anche se siamo sempre noi stessi forse lo siamo in maniera anche un po' diversa. E' per questo che scrivo qualche riga su ciò che ho visto ad Arles 2016, e lo faccio in maniera molto diretta, perché mi va di farlo ed è obiettivamente molto più semplice. Ho visto migliaia di foto e dire che mi son piaciute tutte sarebbe assurdo, ed ho anche visto migliaia di persone... solita conclusione. La prima cosa che si vede di Arles è il sito web quando ancora stiamo a casa. Dovessimo limitarci a quello il festival andrebbe chiuso all'istante, difficile trovare qualcosa di altrettanto caotico e confusionario. Poi uno va di persona e vede che la realtà è pur sempre caotica ma molto meno, e facilmente spiegabile con la quantità enorme di mostre che sono allestite. E questo è ganzo. Di solito preferisco cose piccole e intense ma se vogliamo l'effetto festival – cioè quella roba che ti avvolge completamente come una bolla – allora il numero fa la sua parte.
Ci sono delle mostre che valgono da sole il prezzo del viaggio, mi riferisco alla zona atelier, soprattutto al Magasin Electrique. Alexandre Guirkinger è un grande fotografo
. Sul suo sito non trova abbastanza spazio il lavoro messo in mostra, sarebbe nella sezione personal, alla voce Lignes. Ma vi dovete accontentare di tre foto e basta. Perché? Perché aggiornare un sito richiede un sacco di tempo, organizzare una mostra come questa anche di più e di conseguenza qualcosa salta. Ma state certi che arriverà anche sul web. Si tratta di un lavoro sul paesaggio che sta sopra la linea Maginot, in Francia ovviamente. Sta sopra questo paesaggio, perché la linea stessa altro non è che una serie di corridoi, bunker e trincee. Che per una talpa sono posti fichissimi ma per noi non troppo interessanti. Il bello sta sopra, c'è il nostro mondo, quello che conosciamo e percorriamo, ed oltre ad un aspetto visivo c'è quello concettuale, ovvero di far percepire come tutto possa essere double face, per noi sono colline, montagne e pianure, diciamo un pavimento naturale, ma per altri è stato un tetto. E' paesaggio certo, ma niente vieta di pensare ad altre dualità tutte umane, a come siamo fatti e a come cambiando i punti di vista cambiano anche le considerazioni. Il mondo purtroppo è così pieno di linee Maginot che nemmeno ci immaginiamo. Questa è una, e le foto che Guirkinger mostra sono un bel mix di efficacia, bellezza e completezza documentaria. Chapeau. Nel magazzino elettrico c'è un'altra cosa molto bella. C'è un viaggio oltre i confini del nostro mondo che arriva diretto nel mondo di altre persone, perché c'è sempre qualcosa di là. Yan Gross è un giovane fotografo svizzero che ha al suo attivo già una ricca dote di lavori fatti in maniera eccellente. Qui ci prende per mano e ci conduce nella foresta amazzonica attraverso un'esposizione che trova nel suo allestimento un punto di forza notevole. Spazio grande, alto e buio, grandi scatole di legno e plexi. Light boxes molto soft che rendono molto bene le tonalità soft di un cielo per lo più nuvoloso. Lavoro analitico e rigoroso dal quale traspare una grande capacità di raccontare ed una grande empatia. I suoi ritratti sono delle carezze in grande formato ma non c'è quel sentimentalismo ridicolo che troppo spesso la fotografia italiana è capace di tirar fuori. L'anno scorso Yan Gross aveva vinto il Dummy Awards e grazie a quel premio è riuscito a pubblicare un libro su questo lavoro: The Jungle Book. A dire il vero dispiace pensare che senza quel premio il libro non sarebbe stato pubblicato, perché è difficile trovare lavori che affrontino così bene il tema della documentazione in fotografia e che evitino i cliché ma è solo un pensiero volante, forse sarebbe stato pubblicato lo stesso. Fatto sta che adesso esiste, e si trova in tre lingue e tre edizioni, inglese con Aperture (dove è possibile vedere qualche immagine del lavoro, visto che anche per lui vale il solito fattore tempo, quindi sul suo sito si trova molto poco). Altra edizione, in spagnolo a cura di EditorialRM ed infine la versione francese stampata da Actes Sud. Sarebbero da comprare tutte e tre, io mi sono limitato ad una. Forse il numero giusto è due, perché poche copertine di libri risultano così immaginifiche e icastiche, per cui una copia la tenete da sfogliare ed una per vedere la copertina. Ma se proprio non volete spendere un soldo - vi rispetto poco, sappiatelo - potete comunque farvi un bel giro comunque sul sito di Yan Gross e godere delle immagini che compongono i suoi progetti. Già che siete in zona (fisicamente o sul web) io vi consiglio di passare dallo shop per prendervi anche un pò di Toilet Paper di Maurizio Cattelan.
Non esiste niente di meglio da tenere in bagno, ma non solo lì. Potrebbe diventare la rivista più bella che avete in casa, pensateci. E parlando di cose importanti vi ricordo che ad Arles si mangia di molto bene, quiche e tapas continuano ad apparire come immagini nella mia mente, ma restano purtroppo solo immagini. Magari non in Place du Forum ma ci sono tanti posti dove poter andare. Quella piazza meriterebbe un progetto a parte. Mi piacerebbe farlo fotografando i titolari, baristi, camerieri dei locali che lì si trovano. Non nei giorni delle aperture ma dopo, ovviamente per un progetto del genere serve anche un video, delle interviste, per poter sentire dalla loro parte come vengono viste queste centinaia di persone che solo per avere un cordino al collo se la tirano come fossero chissà chi. Certo che ci sono tante persone interessanti, ma valanghe di fotografi e forse anche persone inutili come ad Arles nella settimana inaugurale ne troverete ben poche in giro per il mondo. Forse solo alle fashion week ne trovate di più. Ma questo è un festival e dice che ci vogliono anche loro, e li trovate immancabilmente lì, con la loro Leica del '71, con l'ultima Sony che a parte essere semi inutilizzabile come macchina però che gran sensore che ha, e con un decentrabile per architetture che non si sa a cosa serva, sopratutto a mano libera e di notte visto che apre a 3.5. E questo sono io, e la mia borsa con 18 kg di cose completamente inutili. In quella borsa, in questi giorni, ci sono entrate e uscite un sacco di cose fiche. Certo anche un decentrabile probabilmente inutile - ma poi scaricherò e vedremo... - ma anche tanti libri comprati d'occasione in Place Voltaire. Ho trovato proprio delle belle cose, a 10 euro tutto quello che porta la firma di Thomas Struth, Walter Niedermayr o Massimo Vitali credo sia obbligatorio prenderlo. Ho preso anche un altro libro che è allo stesso tempo molto bello e molto importante per me. Se per voi non è importante, perché non lo è, prendetelo perché è bello allora. Inconsciamente erano anni che lo aspettavo, da quando ho conosciuto Giovanni del Brenna che lo ha realizzato
. Ci siamo conosciuti qui ad Arles (in realtà credo che ci siamo conosciuti prima a Perpignan e successivamente ad Arles, ma mettiamo prima Arles comunque perché fa più fico). Ho sempre amato e divorato le sue fotografie, di lui sono un fan ed un amico e devo ringraziarlo per avermi sempre dato importanti e sinceri consigli che mi han fatto fare per un bel po' di tempo avanti e indietro con New York. Ricordo una volta (a Perpignan...) mentre gli stavo facendo vedere delle foto su un progetto che avevo fatto. Ero stupito e felice che non lo avesse demolito ed anzi in parte apprezzato. Poi provai a tirar fuori un'altra serie di foto, quella fuori progetto e fatte alla cippa di minchia inseguendo e copiando cliché visivi che avevo inevitabilmente metabolizzato fino a lì. Non scorderò mai la sua reazione per la gentilezza ed eleganza con la quale gestì l'imbarazzo della situazione, si limitò a dire "scusa fermati un attimo, queste immagini non le guardo, perdonami ma è una cosa mia, ho proprio un problema serio verso questo tipo di immagini". Mi ha insegnato moltissimo ed ho sempre pensato che fosse un'ingiustizia non poter vedere le sue fotografie stampate in un libro. Finalmente dopo aver visto il dummy qualche tempo fa ho ricevuto la mia copia personale di Ibidem. Sono soddisfazioni, non gliene frega probabilmente una mazza a nessuno ma a me si. Torniamo ad Arles, è già un po' che scrivo e ancora siamo a due mostre, non penserete certo che arrivi a completare quel centinaio di cui si compone il festival, senza contare l'Off. Però dovete considerare che c'è una mostra bellissima di Garry Winogrand e da qualsiasi punto di vista guardiate la fotografia il lavoro di Garry Winogrand avrà sempre un peso incredibile. E' stata una bella idea quella di accostare a Winogrand il lavoro di Ethan Levitas, è bello vedere un'evoluzione in un genere come quello della street photography, ma puoi evolvere quanto e dove vuoi, prima c'è stato comunque Winogrand. Il bello di un festival come Arles è scoprire cosa nuove oltre che trovare vecchie conferme, e da questo punto di vista la mostra e l'allestimento perfetto realizzato per il lavoro di Eamonn Doyle lo sono state. Ignoravo assolutamente chi fosse, ed ho scoperto che è un ragazzo di Dublino che ha una visione, e fa molto piacere perchè son pochi i fotografi che abbiano qualcosa da dire e riescano anche a dirlo in maniere interessante. Lui lo fa, si pone un po' in scia di Trent Parke - e fa bene a farlo - ma senza scopiazzare e restando profondamente autentico. Dovessi esprimere un giudizio tecnico direi che la sua mostra è una figata. Se è bello scoprire cose e persone nuove, lascia invece una sensazione di stupore magico scoprire lavori nascosti da anni di oblio - e di ignoranza mia probabilmente - come quello di Sid Grossman e dei suoi discepoli. Tanta abilità e competenza in fotografie scattate a partire dagli anni '20 proprio non me l'aspettavo e sono lavori di una modernità disarmante, nel senso che fossero fatti oggi meriterebbero lo stesso una mostra. Penso che mi ricorderò per molto tempo una fotografia di Harold Feinstein - suo allievo -, "Man and wife drinking Krueger beer, Coney Island, 1952"
. Poi ce la tiriamo e facciamo i fighi perché abbiamo documentato la vita del bar sotto casa... a volte è dura ammettere di essere veramente dei provinciali della fotografia, ma un festival serve anche a questo ed emotivamente si vive così, tra alti e bassi. Uno dei momenti classicamente alti a livello emotivo per il festival di Arles sono le serate di proiezione all'anfiteatro romano
. Sono due di solito, Venerdì e Sabato sera. Sono pensate in ordine di importanza. A me sono apparse messe in ordine inverso. Ho tanto amato la presentazione irriverente ed istrionica di Andres Serrano il quale - dite cosa volete ma è un super fotografo, infatti si offende se viene chiamato fotografo, ma non perché manchi il suffisso super ma perché c'è la parola fotografo - quanto sono rimasto deluso dalle immagini e parole della serata di gala del Sabato. E i nomi in ballo facevano ben sperare inizialmente. Poi ho riflettuto ed ho capito, che il problema erano proprio i nomi in ballo. Don Mccullin, di cui in Place de la République è visitabile la mostra, ha detto una serie di ovvietà e cliché da far sentire veramente scomodo il gradone sul quale sedevo già da troppo tempo. C'è un gran bel documentario su Netflix proprio su Mccullin, il quale lo ricordo è probabilmente "il" fotografo di guerra. Ed è una persona sicuramente eccezionale che ha dato dignità - per quanto possa averne - al genere della fotografia di guerra. Ma c'è una cosa che nel documentario trova spazio e nella discussione invece ne ha trovato ben poco, ovvero la riflessione sul ruolo del fotografo di guerra, sul senso se un senso c'è - oltre a far delle foto carine -, sul suo essere di parte, sull'andare in guerra perché la guerra - ci piaccia o no - tira più di un carro di buoi. Sono riflessioni già fatte da un sacco di parti, non lo nego, ma che non trovino spazio ad Arles che si pone come festival della fotografia di ricerca credo sia una mancanza grave. Dice uno dei Thomas tedeschi - quello simpatico - una buona fotografia deve far riflettere allo stesso tempo sul linguaggio stesso e sul mondo, ma la discussione non è andata su quei binari. Per questo allora c'è già il festival di Perpignan. Ma le cose - per me ovviamente - sono andate anche peggio di così, perché non sarei proprio voluto tornare a casa con un'immagine di un mito come PJ Harvey intaccata dalla sua performance. Quanto sarei più felice se PJ se ne fosse stata a casa sua a farsi gli affari suoi anziché provare a giocare alla guerra accompagnando a voce una slide veramente fatta e gestita male. Peccato, di solito si dice riprova, in questo caso lasciar perdere è molto meglio. E visto che siamo in aria di sberle tiriamone un'altra. Capisco benissimo che i paesaggi di Don Mccullin attirino molto, ma proporrei uno sforzo per capire che quei paesaggi sono belli in quanto fatti da lui e solo da lui (certo, considerazione che vale per chiunque), ma sono fatti da un fotografo di guerra che quando torna a casa si rompe le scatole e dorme con gli incubi; qui e solo a questo punto questi paesaggi sono veramente interessanti, fuori da questa lettura per me i paesaggi di Don Mccullin sono veramente al limite del passabile, ma per vedere fotografia di paesaggio che abbia uno spessore un po' più elevato abbiamo già detto dove andare, al Magasin Electrique. Comunque all'interno di una serata quasi tutta dedicata alla guerra c'è stato spazio - poco ma c'è stato - per trattare il tema in modo veramente interessante. E' stato grazie a 9 Days - From my window in Aleppo di Issa Touma, un breve ma intenso video che Issa ha realizzato con Floor van der Meulen e Thomas Vroege in cui documenta per nove giorni ciò che accade nella sua strada stando nascosto dietro la finestra. Prima c'erano gli insorti, giovanotti poco affini alla guerra ma volenterosi di giocarla, poi sono arrivati quelli più esperti a dare il cambio e man forte, poi son tornati quelli di Bashar al-Assad che le hanno suonate a chi hanno trovato. Lo so, sono questioni difficili e delicate, ed io in prima persona sicuramente farei la cosa sbagliata, ma trovarsi di fronte un uomo - coinvolto con tutta la sua vita in quella guerra civile - che dice chiaramente che per lui ribelli o governativi tali sono nel momento in cui utilizzano armi da fuoco... è stato importante. Per cui a questo punto mi fermo qui perché altre parole non servono.